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Castagne, dalla parte dei caldarrostai

Perché le caldarroste sono diventate un grande classico: merito della natura e dei caldarrostai.

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I caldarrostai hanno da sempre dato vita a un’innegabile magia: il fascino delle caldarroste ha a che vedere con l’autunno, con il passeggiare per strada e ritrovarsi con un pacchetto caldo tra le mani e la possibilità di assaggiare uno dei frutti stagionali per eccellenza, uno dei frutti autoctoni più amati in Italia, che consta di meno di 200 calorie ogni etto.

Le caldarroste, preparate a partire dalle castagne sono commestibili fino all’82%, escluse cioè la scorza e la pelle. Ciò che si mangia è composto poi in gran parte di acqua, ma anche carboidrati, grassi, proteine e fibre. Tra le vitamine presenti c’è la vitamina K e quelle del gruppo B, in particolare modo B1 e B6.

Ma come accade che le castagne diventino caldarroste? Innanzi tutto, quando giungono a maturazione, le castagne vengono raccolte e fatte asciugare. Questo processo richiede un po’ di giorni, dopo di che le castagne vengono castrate: l’azione richiede un piccolo taglio sul lato convesso del frutto ed è molto importante, perché impedisce alla castagna di esplodere una volta che viene a contatto con il fuoco della cottura. Poi tutto sta nelle mani e nella perizia del caldarrostaio.

Castagne e caldarroste, orientarsi tra le tipologie

Quali sono le tipologie di castagne che crescono nella zona di Roccamonfina?

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C’è la tempestiva, che è quella che spunta a fine estate a rammentarci che il periodo delle castagne sta felicemente per arrivare. Poi c’è la russella, la riccia, la napoletana, le castagne di san Pietro, ma anche le mercogliano e le tardive – tardive, perché, a differenza delle tempestive, giungono a maturazione in un periodo che sconfina verso l’inverno.

Non si deve cadere nei facili luoghi comuni: le castagne non sono tutte uguali, altrimenti non ci si sforzerebbe a dare nomi differenti a tutte le tipologie. Se, da un lato, sono pari tutti i valori nutrizionali per le tipologie di castagne, questo non vale, va da sé, per il sapore. Certo, de gustibus non est disputandum dicevano i latini, ossia dei gusti non si discute, per cui ci sarà sempre qualcuno che preferisce la riccia alla napoletana. Come a dire: a ognuno il suo.

Ed è vero pure che, se tutte le castagne sono buone per cucinare le caldarroste, ogni tipologia di castagne, invece, trova la sua espressione naturale in differenti piatti più compositi, e quindi un tipo è perfetto per i secondi di carne, un tipo per i dolci e così via.

Castagni: vinta la lotta al cinipide?

Quale futuro per le castagne con la lotta senza quartiere al cinipide?

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Il cinipide del castagno ha dato tanto da pensare ai coltivatori in questi anni. Sembrava quasi una replica della vicenda delle palme con il Rhynchophorus Ferrugineus, con la differenza che il castagno è una pianta autoctona, italiana, e che quindi un attacco a essa poteva presentare, oltre che un grave danno all’economia, anche effetti molto dannosi all’ecosistema, mentre la palma non lo è.

Il cinipide, questo parassita dei castagni, ha quindi preoccupato non poco, ma come per il Rhynchophorus si è ricorsi agli antagonisti naturali. Nel caso del cinipide, l’antagonista si chiama Torymus Sinensis e ha rappresentato il metodo più diffuso in tutta Italia per debellare il parassita. Certo, ci sono voluti centinaia di lanci di Torymus Sinensis, ma alla fine, a quanto pare, la tattica agronomica sta dando i suoi frutti.

In alcune regioni d’Italia, infatti, la presenza del cinipide è calata verticalmente, attestandosi anche su percentuali del 10%. Ci sono quindi buoni margini per debellare completamente il parassita e tornare a occuparsi con la solita lena, attenzione e cura alla coltura, al raccolto e alla vendita delle castagne, un frutto che ci identifica in tutto e per tutto come nazione e che costituisce un capitolo importante di economia ma anche di tradizioni.